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Il Grillo del Focolare di Riccardo Zandonai


Il primo successo del giovane Zandonai alla Filarmonica di Rovereto“Mi hanno sfrattato, la mia casa al 48 di Doughty Street è impacchettata. Se sono qui lo devo a lui”: e il giovane Dickens indica il busto di Riccardo Zandonai che guarda dall’alto. Così comincia il nuovo allestimento del Grillo del Focolare (sala Filarmonica di Rovereto, venerdì scorso), opera prima del musicista di Sacco che nel 1908, a venticinque anni, portava sulla scena un lavoro già pienamente maturo con uno stile che guardava più ai grandi autori d’oltralpe che non ai beniamini del pubblico italiano.
La storia, tratta da una delle novelle di Charles Dickens, è apparentemente piana: interni domestici, relazioni familiari, la classica agnizione di un figlio emigrato che rientra sotto false spoglie giusto in tempo per sottrarre l’antica fidanzata al matrimonio combinato con il cattivo di turno. Intorno a questa trama si sviluppano sentimenti complessi e contrastanti: tenerezza coniugale e filiale, inganni per amore, calunnie, angoscia per sospetto tradimento. Tutto si scioglie lietamente in spirito natalizio (coro finale diretto da Erika Eccli) dopo un percorso unitario per i forti richiami tematici, ma estremamente vario tra situazioni comiche e momenti di lirismo intensissimo.
Personificazione della serenità domestica, il grillo è sempre evocato, quando canta e anche quando tace: sta nelle parole dei protagonisti (Dot e John) ma soprattutto nella parte orchestrale che lo mette in scena fin dalla prima battuta, spargendo nella partitura acciaccature onomatopeiche.
Parliamo di orchestra e di partitura anche se, nell’impossibilità (per il momento) di radunare l’orchestra poderosa e variegata di Zandonai, l’opera è stata sostenuta dal pianoforte di Filippo Bulfamante responsabile anche di tutta l’organizzazione artistica e della concertazione generale.
La regia di Giuseppe Calliari ha sottolineato le pieghe psicologiche del racconto dickensiano; un fuoco animato (braci spente nella scena della disperazione di John) ha reso il clima di fondo, mentre filmati della Londra contemporanea e vecchie incisioni ottocentesche si sono alternati mettendo in relazione due epoche. Sfruttando il bilinguismo e l’aplomb recitativo di Jacopo Bertucci (Dickens), Calliari ha diviso e ricucito l’opera in dieci parti collegate da interventi esplicativi e citazioni dal testo originale.
Su una controllata geometria di movimenti si sono mossi i cantanti, tutti con importanti esperienze teatrali, arrivati a Rovereto con la sorpresa per quest’opera ignota piena di felice invenzione: con forte presenza scenica e vocale Ombretta Macchi ha reso la generosa Dot; Gabriele Spina ha sfoggiato ottima capacità attoriale (un John di volta in volta tenero, buffo, geloso); travestito da vecchio sfiatato e poi disvelato come giovane Edoardo, David Sotgiu si è prodotto in una vocalità doppia quanto notevole; Filippo Bettoschi ha reso un Caleb dalle grandi sfumature espressive, così come Francesca Poropat è stata una Berta di profonda tenerezza lirica; Massimo Rossetti come basso buffo (ma anche con l’acidità del perverso Caleb) e Norma Raccichini (May) hanno completato un cast di raro affiatamento.
La produzione dell’opera è stata curata dalla Civica scuola musicale di Rovereto e dal Centro internazionale di Studi “R. Zandonai” all’interno del ciclo “Riccardo Zandonai incontra Charles Dickens”, come terza tappa del recupero del teatro dell’autore roveretano, dopo Conchita e Melenis.

 

C.C.

 
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