Riccardo Zandonai, Sinfonietta settecentesca | Serenata medioevale | Spleen

Concerto di inaugurazione. Festival Settenovecento “Ad Artes”

Mercoledì 18 settembre 2024
Teatro Zandonai | Rovereto (TN)
 
In questo anno zandonaiano (l'ottantesimo anniversario della morte, un secolo dalla dedica del teatro a lui vivente) la settimana di Settenovecento si apre con pagine meno note di un compositore che ha legato la sua fama al melodramma e che continua a vivere a livello mondiale soprattutto attraverso alcuni titoli teatrali e le liriche da camera.
Dello Zandonai sinfonico ascolteremo una versione meno eclatante rispetto alle smisurate partiture per grande orchestra; i tre brani in programma prevedono dimensioni contenute nell'organico e nella durata ma, se non restituiscono il completo potenziale coloristico di questo virtuoso dell'orchestra, forniscono tuttavia un saggio di diversi momenti creativi e registri di espressività.
 
Possiamo ascoltare la Sinfonietta settecentesca (1937) nei suoi valori di brillantezza (a partire dall'incipit) e di fluida cantabilità; del Settecento riconosciamo le movenze melodiche, l'inquadramento ritmico, la chiarezza nell'aggancio delle sezioni e nei passaggi cadenzali, la sonorità del clavicembalo, le risposte in eco. Se avremo l'impressione di un intento descrittivo, cediamo a questa suggestione senza sensi di colpa: la Sinfonietta prende corpo e si autonomizza partendo dalla musica per una sequenza tratta da La principessa Tarakanova, prima esperienza cinematografica di Zandonai che ne firma l'intera colonna sonora e che da questo fortunato drammone sentimental-politico (siamo nella sfera di Caterina II di Russia) trarrà impulso a dedicarsi alla settima arte.
Vengono da lontano e si costruiscono lentamente le sonorità della Serenata medioevale (1909): i corni aprono con un'entrata sospesa, quasi un annuncio sommesso e solenne insieme; un tremolo pianissimo di archi prepara l'ingresso dell'arpa che emerge a più riprese in forma improvvisativa, coagulando via via il materiale fino a lasciare il campo al canto del violoncello solista, un canto nostalgico giocato su note lunghe, cadute, riprese ascendenti secondo un modulo riconoscibile e continuamente variato. Il giovane Zandonai (ventiseienne) esplora gli effetti degli archi tra sordina, armonici, note sovracute sul ponticello; non innovazioni, ma indizi evidenti di una ricerca sul suono che lo allinea con l'estetica contemporanea. Alcune cadenze dal sapore wagneriano hanno valore di citazione, mentre la sintassi con arresti e attese, l'apparente conciliazione nella sezione finale, il breve permanere solitario del violoncello contribuiscono a lasciare un pervasivo senso di inquietudine. Difficile qui riconoscere un carattere 'medievale' se non nel senso della lontananza, dello struggimento per qualcosa di irrimediabilmente perduto; ma anche questa chiave di lettura sarebbe parziale: alcuni passaggi quasi beffardi (brevi risposte, giochi ritmici apparentemente incoerenti) ci parlano di un disincanto più profondo della nostalgia.
 

Ritorniamo con Spleen (1934) agli anni in cui, declinata la fiducia nelle possibilità del teatro, Zandonai si rivolge quasi esclusivamente a diversi ambiti della musica strumentale; senza che mai la voce sia abbandonata (liriche da camera, pagine corali, un'opera rimasta incompiuta), brani sinfonici, trascrizioni da opere proprie e altrui, musica per il cinema riempiono l'ultimo decennio. Spleen annuncia nel titolo quella nostalgia che Zandonai esprime spesso con valenze varie e che anche qui appare meno legata all'estetica romantico-simbolista e più ad un'amarezza esistenziale, contingente.

Federica Fortunato